Responsabili per il futuro della città

Sabato 14 giugno, Terni, Palazzo Gazzoli, dalle 9 alle 20 - Domenica 15 giugno, Terni, Musei Diocesani, dalle 16 alle 20
sabato, 04 ottobre 2008

CATTOLICI E POLITICA

di Lucio Conti

Per ragionare di politica e territorio, e quindi portare in qualche modo un contributo a questo incontro, desidero farvi conoscere innanzitutto il cammino che ha fatto in questi ultimi anni la Chiesa diocesana di Terni Narni Amelia, nella comprensione e assunzione di responsabilità verso le città delle quali è parte e che ha portato da ultimo alla celebrazione lo scorso 14 e 15 giugno del convegno “una responsabilità comune per il futuro della città”, che ha certamente introdotto una discontinuità rispetto al modo nel quale la città tradizionalmente si pensa e si rappresenta. 

E’ un cammino che ha fatto la chiesa diocesana tutta insieme, quindi non singoli cattolici o gruppi di essi. Questo cammino e il convegno di giugno che ne è scaturito non esonerano ovviamente dal dovere attribuito dal magistero ad ogni cattolico ed in particolare ai fedeli laici di prendersi cura delle cose del mondo e di contribuire all’edificazione della città terrena anche con l’impegno personale sociale e politico. 

Il nostro “caso” ternano, per cui è stato chiesto ad un membro del Consiglio Pastorale diocesano di intervenire oggi sul tema “politica e territorio” nasce dal fatto che in questi ultimi anni tutta la chiesa diocesana ha inteso, sentendosi parte del territorio in cui vive, di dire una parola sulla città, suscitare una discussione, esprimere una preoccupazione, lanciare segnali di speranza. 

Lo spunto dal quale è partita una elaborazione di pensiero sulla città, oltre ovviamente che dalle indicazioni del Magistero e della Conferenza Episcopale Italiana è stata la prima lettera pastorale di Mons. Paglia, “L’Eucaristia salva il mondo” del 2001. In quel testo per la prima volta siamo stati invitati, direi provocati, a riflettere sul rapporto tra l’Eucaristia e la città.  L’eucaristia salda fede e vita sociale. Scriveva il vescovo: “La Messa salva anche le nostre città. La Messa, infatti, non è una pratica di pietà che si compie privatamente. E’ la fonte della santità per i credenti del mondo… La Chiesa di Terni non può vivere senza la sua città, si pone anzi al suo servizio, e per questo sentiamo la responsabilità di dire che la città di Terni non può sopravvivere senza una robusta cultura dell’amore”. 

A partire da questa lettera pastorale è iniziato dentro la chiesa diocesana un processo di discernimento comunitario, a  vari livelli, che ci ha portato a desiderare di conoscere meglio le città della nostra diocesi, a farci consapevoli del processo di trasformazione che stavano subendo, a condividere speranze e preoccupazioni, fino a desiderare di rendere pubblico il pensiero che avevamo elaborato e a provocare su questo un confronto e una discussione. 

Non è questa certamente la sede per entrare nel dettaglio dei contenuti del convegno, ampliamente pubblicizzati, che hanno aperto un dibattito vivacissimo, e qui quali vi saranno certamente occasioni per tornare in sedi più specializzate.

Vorrei dedicare invece  i pochi minuti che ho a disposizione per affrontare il tema dell’incontro riprendendo alcune delle idee emerse in quella sede e che si riferiscono alla necessità della generazione di una positiva e fiduciosa interazione tra i soggetti che costituiscono un territorio (il mondo politico, la scuola, l’università, il ceto imprenditoriale, le grandi aziende pubbliche e private, le istituzioni culturali, la Chiesa stessa…).  

Nella relazione del Vescovo al convegno di giugno c’è un paragrafo intitolato “la città pluriforme”. Vi si legge: “La buona Città terrena è pluriforme non uniforme, poliarchica non monarchica, democratica non autoritaria: è, diremmo oggi, una Città aperta, mai chiusa e, come amava dire don Luigi Sturzo, pervasa da “sano agonismo”. In questa Città nessun ceto e nessuna singola istituzione è addetta o arbitra del bene comune, che deve essere, invece, misura dell’operato di ciascun individuo e di ciascun gruppo. E si badi bene, la Chiesa stessa non può arrogarsi il compito della sintesi. La Chiesa è chiamata altresì a svolgere nella Città anche quel compito che potremmo chiamare di “relativizzazione” dei poteri, sia politici che economici, scientifici o tecnici, a volte persino religiosi, perché nessuno di essi pretenda di essere assoluto. L’esserci della Chiesa desacralizza, “laicizza”, ogni potere, destituendolo da ogni pretesa sintetica e riportandolo a strumento di azioni misurabili, valutabili, imputabili. Questo dice l’insegnamento sociale della Chiesa quando asserisce il concetto di sussidiarietà. E questo oggi, in Italia e in Europa, significa criticare ogni pretesa di sovranità assoluta, inclusa quella della politica che si fa Stato. L’ambito della “politica” infatti è ben più vasto di quello dei partiti e richiede l’impegno di tutti i cittadini e di tutte le realtà vitali della città. Per questo va “criticata” ogni chiusura e inamovibilità, ogni irresponsabilità e ogni “investitura” nell’esercizio dei pubblici poteri, politici o di altro ordine, pensati sullo schema ereditario”. 
 
Credo che la prima responsabilità che hanno i politici cattolici è quella di prendere coscienza che solo una positiva e proficua interazione fra i soggetti che sono presenti nei territori è la condizione per l’avviarsi di dinamiche di competizione e sviluppo. Oggi la politica tende ad occuparsi di tutto, di economia, sanità, scuola, cultura, trattando e mercanteggiando. Tutto ciò, anziché avviare dinamiche virtuose (di “sano agonismo”, come diceva Sturzo) appiattisce e rischia di frenare lo sviluppo dei territori che si avviano alla marginalizzazione. Non a caso il Vescovo, nella sua relazione, si pone il problema di città che come nascono possono scomparire se non sono capaci di reinventarsi, attrarre risorse a aprirsi al nuovo.  

Questo vale ovviamente anche per il nostro paese. Oggi a mio parere in Italia c’è troppa politica, che occupa tutto lo spazio pubblico, nelle istituzioni e nei mezzi di comunicazione, frenando la crescita e la sana competizione fra gli attori sociali del nostro paese. Troppa politica che ha talmente tanto occupato lo spazio degli altri poteri da faticare ad uscirne, anche quando si sia resa conto del danno che ha provocato. Come far tornare ad essere centri di eccellenza le nostre università, i nostri ospedali, i nostri istituti di ricerca, le nostre istituzioni culturali? 

Per completare il ragionamento una considerazione tratta dalla seconda relazione, tenuta dal prof. Luca Diotallevi. In essa vi è un paragrafo che riprende questo tema e che si intitola “Rinnovamento per competizione”, cito: “La discontinuità che cerchiamo non può avvenire per consenso ma per competizione. Questa competizione per l’innovazione può unirci molto di più ed in modo più civile di quanto ci unisce il consenso ad ogni costo. E poi, è solo questa competizione per il rinnovamento che garantisce il ricambio dei gruppi dirigenti, in ogni ambito e non solo in quello politico, ed una più generale mobilità sociale.
Non ci sono alternative: nuovi gruppi dirigenti si formano a mezzo di altri gruppi dirigenti. Solo dalla competizione e dalla sfida giunge il rinnovamento con il grado di discontinuità necessario.
 Non ci sono alternative: solo preferendo il merito alla posizione, ovunque, si promuovono il rischio e la sperimentazione. Il merito suppone la competizione, la competizione è l’antidoto all’accomodamento”. Ancora: “Il comportamento innovatore, per definizione comportamento deviante, soffre del troppo consenso. Il consenso da cui spesso siamo ossessionati è una risorsa costruttiva solo se è il frutto di una competizione. La coesione slitta nel mero controllo e nella paura se non è innervata da quella fiducia reciproca che si esprime nel confronto e nella competizione tenace e leale”. 
Può sorprendere (e ha sorpreso!) che in un testo ecclesiale vi fosse un invito alla competizione. Per la rinascita o lo sviluppo di un territorio è necessario che i soggetti che lo compongano vivano in una sana competizione che spinga tutti a fare il meglio.

Abbiamo bisogno di una competizione che spinga ciascun soggetto ad essere massimamente efficiente. Pubblica amministrazione, ospedali, scuole, università e quant’altro presente in un territorio devono essere spinti a fare di se stessi centri di eccellenza nazionale ed internazionale. Per fare questo debbono interrogarsi sulla qualità dei gruppi dirigenti che hanno espresso, come li hanno selezionati, come hanno usato le risorse, i talenti, le potenzialità di quel territorio.  

Ancora Mons. Paglia è intervenuto su questo punto: “Un punto mi sta particolarmente a cuore. Ho come la sensazione che talora si sia abusato dell’idea della coesione. La coesione è un concetto che può essere anche ambiguo sino a impedire l’indispensabile creatività. La crescita è fatta di coesione vera, che fa da sfondo a confronti liberi, a competizioni vivaci, anche a conflitti, ad ideazioni critiche ed immaginazioni ardite. Si può dire, e non è un paradosso, che oggi noi non abbiamo bisogno di dosi ulteriori di coesione. Terni, come la gran parte dell’Italia centrale, rischia di perdere troppe opportunità per conservare una coesione fine a se stessa.”  
 
 Ad un deficit di coesione però non deve corrispondere un deficit di fiducia. Ancora Diotallevi: “Non c’è vera ‘coesione sociale’ se non c’è fiducia. Non c’è coesione sociale dove c’è scarsa cooperazione non interessata, scarsa disponibilità al dono, scarsa densità associativa. Le istituzioni, soprattutto quelle politiche, sono in clamoroso deficit di fiducia”
Nessun territorio cresce e si rinnova se non c’è il necessario livello di fiducia fra i soggetti che lo costituiscono. Gli attori sociali debbono competere ma non temersi. Il cittadino, l’imprenditore, il malato che si rivolge ad una struttura sanitaria, lo studente che segue un corso di laurea, non possono pensare che l’istituzione alla quale reciprocamente si rivolgono non persegua fini diversi da quelli dichiarati. Oggi il livello di fiducia nelle istituzioni, politiche ed economiche soprattutto, è in grave crisi, ed è urgente ricostituirlo con regole, prassi e sanzioni esemplari.
Solo qualche dato numerico tratto dal sondaggio Eurisko sulla città di Terni effettuato in occasione del Convegno diocesano. I partiti politici sono l’istituzione che gode di minore prestigio in città. In una scala da 0 a 10 il livello medio di fiducia dei ternani verso i partiti si ferma a 4,4. Di poco superiori le performance del Sindaco e del sindacato (5,0). Appena sufficienti i dati che riguardano i soggetti economici (gli imprenditori locali sono al 6,0 e TK-AST al 6,4); e ciò nonostante solo il 15,7% dei ternani giudica positiva la situazione dell’economia locale.
Sono dati che danno la misura dei fenomeni che, durante tutto il dibattito estivo seguito in città al convegno di giugno, sono stati riassunti nel tema della marginalizzazione e del declino. Terni è una città che non cresce: e quando il tempo passa e si sta fermi, mentre gli altri vanno avanti, si ha il dovere di chiamare le cose con il loro nome. Il declino è nei dati strutturali dell’economia ternana, lo ha efficacemente ribadito il prof. Giuseppe Croce nel convegno sull’innovazione e lo sviluppo della scorsa settimana, ma non è inevitabile. Per rendere possibile la ripresa – che, certo, dipende anche da una grande quantità di fattori esterni alla città – occorre una discontinuità forte nel modo con il quale la città si pensa e la sue categorie dirigenti la guidano. Tutte le categorie dirigenti: in questa sede, ovviamente, il discorso riguarda quelle politiche. 

I cattolici che scelgono l’impegno politico diretto hanno il dovere di confrontarsi con franchezza con questi temi e dire se intendono davvero farsi essi stessi portatori di queste discontinuità.
Mettere in discussione prassi consensualistiche e corporative, talora percepite come positive anche in buona fede. Farsi promotori di una legislazione e una prassi politica che favoriscano la competizione e la fiducia, il riconoscimento del merito, il ricambio delle classi dirigenti, evitando la riduzione della politica a “mestiere”.  
Aggiungo: hanno il dovere di proporsi per la leaderhip dei processi di cambiamento, evitando di rimanere impastati in pratiche accomodatorie e di spartizione. Nessuno può pensare di ricevere un contentino quando è in gioco il destino di una comunità. Anche perché, ricordiamolo, i cattolici che non scelgono l’impegno politico diretto sono comunque anch’essi elettori ed hanno il dovere di scegliere per il meglio. 

Porsi come obiettivo quello di una nuova leadership dei processi di cambiamento non significa tradire il principio del pluralismo politico dei cattolici. In questo senso possiamo mettere a tema, senza intaccare la permanente validità del principio del pluralismo delle scelte politiche dei singoli cristiani, la questione del ruolo politico del movimento cattolico a Terni. Il pluralismo non è un modo per sfuggire alla concretezza del giudizio restando appesi alla inevitabile generalità dei principi. Il pluralismo nasce dalle caratteristiche della condizione umana, dai vincoli delle scelte morali, dalla componente in parte evolutiva della stessa comprensione della Rivelazione cristiana. Nasce dalla diversità delle interpretazioni della teoria politica, dalla disponibilità di mezzi diversi per raggiungere medesimi fini, dalla irriducibilità della molteplicità degli strumenti tecnici a disposizione dell’azione politica.

Ma il pluralismo non può condurre il movimento cattolico e – per certi versi – la stessa Chiesa diocesana all’irrilevanza pubblica o al solo parziale appello ai principi. Il convegno del 14 giugno lo ha dimostrato. Ci sono questioni sociali che la Chiesa e il movimento cattolico possono e debbono porre alla città, così come hanno fatto il 14 giugno. Non solo: possono e debbono porle alla città e a loro stessi. Tra Chiesa e città non c’è indifferenza, non c’è separazione: la Chiesa è segno anche dell’unità della città. 
In questo contesto la Chiesa diocesana ha prodotto l’agenda del 14 giugno. In questo senso quell’agenda non è un’elencazione di principi ma una mappa delle questione pratiche che sono al cuore della vita della città. La ricordiamo per grandi titoli. Occorre investire sul futuro di TK-AST, sull’Azienda ospedaliera, sulla ristrutturazione radicale della pubblica amministrazione locale, sullo sviluppo delle capacità della città, sulla rete con i territori e le città dell’area ternana. Occorre pagare il prezzo doloroso dell’abbandono dei nostri difetti. Dobbiamo smetterla di sottovalutare le scuole ternane, dobbiamo smetterla di far finta che i processi demografici possano essere gestiti con formule multiculturalistiche un po’ naif,  dobbiamo liberarci del consociativismo delle relazioni locali tra economia, politica e  pubblica amministrazione, dobbiamo spostare l’asse geografico delle nostre relazioni territoriali, dobbiamo porre una questione Terni dentro la arene di governo regionale. 

Ecco perché vorrei lasciarvi, concludendo, con le parole chiave di questo ragionamento: competizione e fiducia tra soggetti sono i caratteri che fanno la qualità e il futuro di un territorio. La nostra diocesi e il nostro Paese ne hanno bisogno. I cattolici hanno il dovere di segnare una discontinuità. 
 
* Intervento al convegno su cattolici e politica, venerdì 3 ottobre 2008
postato da responsabili alle ore 20:15 | link | commenti
categorie: interventi

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Utente: responsabili
La Diocesi di Terni Narni Amelia ha convocato per il 14 giugno a Palazzo Gazzoli e il 15 giugno ai Musei Diocesani un convegno cittadino per discutere insieme i problemi della città. Alla giornata di lavori sono stati invitati tutti i soggetti istituzionali, economici e sociali del territorio: un momento di riflessione in cui discutere problemi, priorità e soluzioni per far uscire la Conca dal momento di crisi che sembra bloccarne sempre di più drammaticamente la crescita e lo sviluppo sociale, morale, economico e culturale. Il blog si propone di suggerire e dibattere le problematiche da affrontare al convegno attraverso articoli, programmi radiofonici, interventi e - soprattutto - i commenti e i suggerimenti dei lettori e tutto ciò che potrà contribuire al dibattito in preparazione dell'incontro.

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