Nicola Molé: “Che Terni diventi una vera città universitaria è la condizione prima per uno sviluppo positivo della città. E quando diciamo università non intendiamo solo attività didattica, ma anche ricerca scientifico-tecnica. O questi due elementi stanno insieme o nessuno dei due si reggono in piedi. La domanda che ci poniamo è: la città ha accolto l’università? E l’università si è fatta accogliere dal territorio? C’è un rapporto tra università, città e territorio? Ci sono scambi proficui tra le due realtà? Noi crediamo che ci siano, ma che debbano perfezionarsi. Ci sono rapporti nell’ordine della materialità: ci sono più servizi, perché ci sono tanti studenti, ma occorrono anche rapporti ‘immateriali’. Servono rapporti che inneschino dinamiche di competitività attivando una maggiore attrattività del territorio. Dobbiamo far diventare davvero Terni il baricentro di un territorio dai confini più vasti. Su questi temi occorrono occasioni di dialogo anche tra le istituzioni, per rispondere alle domande su cosa chiede l’università a noi, e cosa noi chiediamo all’università”.
Ciano Ricci Feliziani: “All’indomani dell’incontro promosso dal vescovo Paglia, noi non vogliamo replicare a quel dibattito, che concerneva aspetti generali. Vogliamo invece essere più stringenti su questioni concrete, parlando di università, ricerca e cultura, che non possono rappresentare fattori residuali come purtroppo accade in questo paese e nella nostra regione; crediamo invece che cultura, università e ricerca debbano diventare fattori di sviluppo del territorio. In questi ultimi tempi si è parlato molto di declino della città. Sicuramente c’è un declino dell’università. Quello che serve è mettere a sistema le risorse, e per fare questo occorre una ‘cabina di regia’ per uscire dall’autarchia strisciante, che potremmo chiamare addirittura anarchia. A Terni oggi abbiamo 6 facoltà e 13 corsi di laurea. Non possiamo reggere questa condizione: bisogna che venga riposizionata l’offerta didattica, ragionando su quali corsi di laurea vogliamo portare avanti e con quali obiettivi. Al convegno del consiglio diocesano noi abbiamo portato un documento in cui abbiamo proposto alcune priorità, che sono queste: coinvolgere le istituzioni e la città nella scelta sul futuro del polo universitario; coinvolgere le istituzioni e gli enti economici sulle prospettive dell’azienda ospedaliera in occasione del nuovo piano sanitario regionale; porre al centro della fase costituente proposta dal vescovo e dal sociologo Luca Dioatallevi un ruolo attivo dell’associazionismo: è necessario che le organizzazioni imprenditoriali e di categoria si facciano promotrici di una specifica iniziativa sul fronte di “soggetti capaci” di crescita con particolare riferimento all’università e all’azienda ospedaliera”.
Che tipo di università immaginate per Terni e per il mondo delle imprese che rappresentate? Come legare maggiormente l’università al tessuto economico della città, anche in relazione alla fuga di cervelli a cui assistiamo da tempo?
Antonio Monteforte: “Se parliamo solo di sviluppo dell’università credo che non andremo da nessuna parte. La riflessione da cui occorre partire è quella sulle prospettive per il futuro della città. Occorre fare un salto di qualità al livello di sistema e apprezziamo lo stimolo a far sì che ci sia un protagonismo diffuso. Come inserire allora il discorso dell’università in una discussione più complessiva sul futuro della città? A questo proposito mi sembra che ci sia un po’ di confusione. Io penso che uno degli elementi per fare un salto di qualità sia quello di andare a costruire un eccellenza di sistema, ovvero un governo che metta insieme tutti gli addetti del territorio in modo che si possa andare davvero nella direzione giusta. Perché in una città che vuole solo uno sviluppo di tipo industriale di multinazionali e di piccole aziende che devono limitarsi ad essere fornitori di servizi e piccoli prodotti, l’università non andrà da nessuna parte. I poli di ricerca della Tk ed Endesa stanno all’estero, e certo non saranno le aziende che hanno 40 dipendenti a sentire questo tipo di esigenza. E si può circoscrivere l’ambito della ricerca solo al mondo dell’università? Io lo trovo molto rischioso. Se invece tendiamo a costruire un sistema economico locale dove c’è un protagonismo e una rete di rapporti tra grande, media e piccola industria e i ceti professionali più vivaci della città, allora si arricchisce l’esigenza di avere una serie di settori che devono vivere di università. Ma il legame con le imprese è fondamentale: è inutile che sforniamo ingegneri e poi assumiamo solo dipendenti, perché i nostri ingegneri poi dovranno andare a lavorare a Milano, Bologna o Civitavecchia. Non si è lavorato perché ci sia una sinergia forte tra grande, media e piccola industria, e questo perché il potere politico ha interloquito solo con Confindustria e i sindacati dei lavoratori dipendenti. Attorno a questo tavolo oggi è stata messa la parte più vivace dell’economia ternana, che ha fatto crescere negli ultimi 10 anni il tessuto economico della città, dove ci sono eccellenze diffuse, a fronte di un dibattito politico che ancora discute di Tk, multinazionali ed energia. Io penso che la sanità, la ricerca e l’università siano parti importantissime dell’economia della città per il suo futuro che vanno inserite in un progetto complessivo dove la sintesi la devono fare le forze politiche”.
Luciano Vittori: “Non posso che condividere il concetto di Eccellenza di sistema. Il livello di evoluzione di una città passa attraverso l’università e la ricerca, ma deve prevedere anche un equilibrio tra le forze. D’altra parte dobbiamo avere consapevolezza che viviamo in un territorio dove c’è una carenza enorme di personale specializzato, quindi non perdiamo di vista, anche nella crescita economica, questa necessità. Noi abbiamo a livello nazionale un gap di 132mila tecnici richiesti dalla piccola e media impresa e che non ci sono: questo deve essere uno dei due problemi da mettere sul piatto della bilancia. Dobbiamo fare progetti di lungo respiro, ma dobbiamo pensare anche alle necessità che abbiamo oggi. Ci troviamo in un paese dove ci sono 3200 corsi universitari, che molto spesso servono solo a parcheggiare un numero infinito di persone che all’uscita dalla scuola non hanno trovato nulla da fare. Questo parcheggio poteva servire almeno a crescere nei settori in cui c’era una prospettiva di sviluppo futuro. Invece ci troviamo con un enorme numero di laureati in non so che cosa che stanno a fare e non so che cosa potranno fare domani. Quando si progetta il futuro della ricerca e dell’università lo si deve fare strettamente legati con quella che è l’espressione del territorio, e le piccole imprese sono un fattore importante del tessuto produttivo. Dal ‘96 noi abbiamo riassorbito tutto quello che ha perduto la grande industria. Questo significa che dobbiamo avere un posto importante in questo dibattito, e intendiamo avercelo. Credo che oggi manchi un’azione capace di indirizzo per quello che deve essere il futuro. Bisogna partire dalla scuola, creando delle capacità di indirizzo, perché se non ci sono si sbaglia più facilmente il proprio percorso. E la scuola deve anche essere più selettiva e applicare meritocrazia. Anche le famiglie devono capire che certe cose uno le può fare un altro no. Se si lavora su questa consapevolezza forse qualcosa si riesce a fare, altrimenti no”.
Leandro Porcacchia: “Mentre in Europa e in Italia le città fabbrica si riconvertono sulla multimedialità e sull’economia dei servizi, fino a diventare poli di attrazione turistica, Terni stenta a trovare una propria definitiva identità. Noi rappresentiamo quel mondo che rappresenta i due terzi dell’economia totale, basti pensare che nel collegio Camerale Confcommercio ha gli stessi seggi di Assindustria. Ma quale è il nostro futuro? Io vedo ancora una certa arretratezza negli attori locali. Bisogna uscire dalla sindrome industrialista. Ferme restando le nostre radici e quella grande parte dell’economia che la fabbrica rappresenta per Terni - 4400 persone vivono ancora a seguito dell’acciaieria - penso che non si può pensare il futuro della città solo in questa direzione. Eppure è quello che fa la gran parte della classe dirigente inibendo tanta altra parte di sviluppo che potrebbe venire. C’è un ritardo grosso e profondo anche da parte delle imprese: una parte dell’economia non potrà che arrivare dall’indotto dell’università e dell’azienda ospedaliera, anche connettendosi con alcune eccellenze che dovrebbero vedere la luce nel nostro territorio. Sull’università serve una chiara assunzione di responsabilità del territorio. Se dovessi dare un apprezzamento al secondo governo Raffaelli - a fronte di molte critiche - lo darei sull’impegno per l’università. Il rischio, però, è che un’università ormai alla canna del gas voglia dismettere alcuni dei poli decentrati, e su questo deve lavorare la politica. Poi c’è l’indotto della residenzialità e dei visitatori. Su questo c’è una disponibilità delle imprese, dei settori del commercio, turismo e servizi ad essere coinvolte anche in termini di risorse, laddove però siamo chiamati partecipare a progetti condivisi, perché pare che se si parla di università e ricerca si pensa automaticamente solo a certi settori dell’imprenditoria. Bisogna invece che tutti i settori economici abbiamo pari dignità per quello che possono contribuire allo sviluppo dell’università, anche perché chi ci tiene di più allo sviluppo equilibrato e sostenibile di un territorio è il commerciante e l’operatore turistico. Al produttore, una volta che gli hai garantito logistica, energia e infrastruttura non gli interessa di quello che succede nel territorio”.
Quale contributo progettuale e di risorse può arrivare dalle associazioni di imprese allo sviluppo dell’università?
Feliziani: “Nei prossimi mesi si deciderà quale sarà il futuro del polo scientifico e didattico di Terni: verranno applicate le normative degli ultimi governi che definiscono programmi didattici e offerta formativa. Questa è allora la discussione: che tipo di università vogliamo?”.
Monteforte: “Occorre mettere sul tavolo alcune proposte concrete. Uno strumento come la Camera di Commercio, dove si pagano dei contributi, potrebbe pensare ad un aumento della contribuzione per reperire risorse. Perché il problema è che tutti vogliono parlare e nessuno tirare fuori soldi. Io sono convinto che per il futuro di questa città abbiamo bisogno di qualche municipalizzata in meno e qualche investimento serio in più. Le politiche degli enti locali devono quindi essere a sostegno delle esigenze effettive: andrebbero reperite risorse da investire nel futuro della città. Per quello che riguarda il pubblico, valorizzando e investendo, per quanto riguarda le imprese contribuendo; poi c’è l’aspetto del protagonismo delle Fondazioni delle Casse di risparmio, che devono rivedere il loro modo di essere presenti sul territorio. La cultura, l’università e la sanità devono essere obiettivi primari”.
Vittori: “L’idea di una cabina di regia mi sembra importante e intelligente, perché serve ad armonizzare una situazione. Sicuramente ci interessa occupare una parte più importante del dibattito, e ne condividiamo l’importanza. D’accordo senz’altro, quindi, ad entrare nel Consorzio che può rappresentare un importante elemento di coagulo. Quanto al sostegno all’università e il contributo alle imprese, io non so quanto si potrà prendere. Vedo una possibilità nelle fondazioni che mi auguro in futuro sfrondino un po’ quei fondi che vanno per altri obiettivi, reindirizzandoli verso lo sviluppo dell’università e della ricerca. Io, peraltro, non credo che i ternani sappiano che abbiamo 6 facoltà e 13 corsi e non credo che ci sia questa profonda percezione dell’importanza che ha l’università a Terni e da questo punto di vista sicuramente qualcosa è mancato. Una domanda che io faccio, ad esempio: c’è la possibilità di uno sgravio fiscale per le contribuzioni alla ricerca? E quali imprese lo fanno? Noi associazioni potremmo rappresentare il tramite, facendo anche informazione. Forse è un concetto fin troppo banale, ma in quante imprese lo fanno davvero?”.
Molé: “In America le università sono private proprio perché ci sono imprese private che le mantengono”.
Vittori: “C’è poi la questione dell’indirizzo alle scelte. Pensiamo ad una facoltà di ingegneria che possa formare persone che vanno a lavorare poi nell’industria. Poi bisogna pensare al turismo. Dobbiamo liberarci della monocultura che ci ha sostenuto per anni; è venuto il momento di camminare con le nostre gambe”.
Porcacchia: “Ho delle perplessità riguardo all’idea la del contributo camerale. Quando la tassa diventa indifferenziata diventa anche antidemocratica, perché non possiamo mettere sullo stesso piano gli interessi per la ricerca che ha una media impresa manifatturiera e quelli che può avere un fruttivendolo o un panettiere. Credo invece maggiormente in azioni mirate su progetti su cui ci sia un cofinanziamento, ma non può rientrare nella quota associativa. Per quanto riguarda la Fondazione Carit, di soldi perl’università e la ricerca ce ne sono fin troppi, perché si creano residui passivi che non si riescono a spendere. D’altra parte l’università non può chiedere alla Fondazione di pagare lo stipedio del bidello, anche perché ci sono dei vincoli ben precisi su come questi soldi vanno spesi”.
Feliziani: “Non si può finanziare la spesa corrente”.
Porcacchia: “Maggiore attenzione all’economia e allo sviluppo, sì, ma se su tre milioni di euro riesci a spenderne ogni anno meno della metà significa che c’è qualcosa che non va. Per il resto, è ovvio che le categorie del commercio e del turismo siano particolarmente interessate allo sviluppo dell’università. E’ chiaro che se si crea un polo residenziale dove c’è un negozio o un albergo, il negozio o l’albergo accetterà di dare una sponsorizzazione. Ma in una situazione in cui le capacità di investimento degli enti si riducono fortemente e c’è ormai una linea consolidata, che è quella di ridurre i poli universitari, politica della quale Terni comincia a fare le spese, come la fermi? Da un lato con un riequilibrio territoriale che passa attraverso un maggiore impegno di tutti gli attori politici, dall’altro con una maggiore assunzione di responsabilità da parte nostra. Il problema è avere una maggiore consapevolezza delle nostre peculiarità e delle nostre esigenze. Come si coinvolgono le nostre categorie? Ripeto, con la residenzialità. In città come Cassino l’università ha fatto la differenza. Pensiamo a tutta la produzione culturale che l’università porta, con il suo indotto economico. Su tutto questo il progetto multidisciplinare è articolato e spetta al Consorzio farlo, visto che rappresenta il naturale collegamento tra università e comunità locale. Per quanto ci riguarda, noi siamo disponibili ad accettare tutto ciò che sia funzionale e non controproducente”.
Feliziani: “Il senso di questo forum è stato quello di coinvolgere le categorie economiche di questa città come elemento fondamentale di sviluppo sul piano della cultura e anche sul piano economico. D’altra parte il Consorzio ha una funzione importante: è lì che deve trovarsi la cabina di regia dello sviluppo universitario. Ormai serve un interlocutore unico che si rapporti con le istituzioni nazionali, regionali, locali e le categorie economiche, per dare un contributo significativo allo sviluppo dell’università sul nostro territorio”.
(da Il Giornale dell'Umbria del 8 luglio 2008)